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San Martino

L’11 novembre, si festeggia San Martino, quel soldato romano a cavallo che tagliò in due il suo mantello per darne una parte ad un mendicante semi svestito. Quella notte il soldato sognò Gesù che lo ringraziava e che gli restituiva la metà mancante del mantello, al suo risveglio Martino trovò il suo mantello integro.

Quando scende la sera, in questo periodo dell’anno verso le cinque del pomeriggio, i bambini con le loro famiglie si riuniscono e per commemorare il santo accendono le loro lanterne, camminano, cantano, recitano.

Quest’anno abbiamo costruito la lanterna alla scuola, io ed il Piccolo. Io cercavo di ritagliare, incollare, asciugare mentre lui contemporaneamente cercava di tranciare, scarabocchiare e svuotare l’intero tubetto di colla sul bel foglio di carta trasparente giallo e verde.

L’anno scorso faceva un freddo, ma un freddo che persino i tedeschi si sono lamentati ed hanno chiesto che la processione procedesse più velocemente verso la meta, ovvero il cortile della chiesa cattolica al centro del quale arde un bel fuoco e dove vengono offerte bevande calde e Brezel.

Questa festa è una consuetudine che trovo romantica, è l’unica processione a cui partecipo volentieri, senza automobili, quasi al buio perché le strade ed i parchi sono appena illuminati, con le luci delle lanterne sospese che ci guidano. La serata era piacevole questa volta, appena fredda. Ci siamo incantati intorno al fuoco mentre i musicisti suonavano le note oramai consuete.

Città o cittadina

Qui si chiama comunque città, ma di certo è più piccola di Francoforte, un quarto degli abitanti, un quarto d’ora per attraversarla tutta in auto. Abissi incommensurabili rispetto a Roma, nel bene e nel male.

C’è che quando ti svegli la mattina di un sabato qualunque, non devi fare la spesa e decidi che vuoi andare a farti un giro al parco che sconfina con la campagna, in dieci minuti arrivi che c’è ancora la rugiada sui fiori e io non ricordo nemmeno se l’ho mai vista a Roma. Mi dimentico ancora che qui posso respirare a pieni polmoni e godermi l’autunno dorato e tiepido che quest’anno ci regala.

Il Piccolo ci porta a spasso, lui sulla bicicletta, e noi a piedi dietro, in corsa leggera, i figli mantengono giovani, pare.

Alla fiera del nord

Ogni anno a metà ottobre l’appuntamento immancabile è con la fiera internazionale del libro a Francoforte. La fiera è aperta a tutti i visitatori gli ultimi due giorni, sempre un fine settimana.

Il primo anno ci siamo svegliati con comodo la domenica e siamo andati a dare uno sguardo. Per l’occasione aprono sull’autostrada uno svincolo dedicato che per il resto dell’anno, in mancanza di altri eventi, resta chiuso. Si imbocca lo svincolo insieme ad un fiume scorrevole di automobili, lungo il percorso uomini in gilet arancione ci segnalano le svolte, se necessario, fino all’arrivo ai parcheggi a pagamento, tre strutture multi piano dove ti dicono dove svoltare e trovare i parcheggi vuoti. Il fiume di pedoni ci guida verso un’uscita dove partono gli autobus che conducono alla fiera vera e propria, autobus che partono non appena pieni. Dopo pochi minuti arriviamo ad uno degli ingressi, qualche minuto di fila per il biglietto ed entriamo, sembra di essere in un’aeroporto: una vasta galleria a vetri vuota e poi scale mobili e tapis roulant per arrivare ai padiglioni dove sono rappresentati centinaia di paesi, ma non ci si perde.

Il primo anno che siamo andati, dicevo, gran parte dei visitatori aveva un trolley con se, normale, vengono da tutto il mondo, domenica è l’ultimo giorno, si preparano a partire, e invece no. Arriviamo dagli italiani e vedo una ressa particolare allo stand della Mondadori, vedo gente che arraffa bracciate di libri, apre i trolley e ce li ficca dentro. Regalano i libri. Come? Per chi i trolley non li ha, distribuiscono anche le borse in tela. Io e Lui non abbiamo capito più nulla, ci siamo uniti alla ressa, e poi più tardi agli altri stand regalavano o vendevano a meta’ prezzo, anche a meno.

Al padiglione anglosassone le cose non sono andate meglio. Alcuni espositori statunitensi strappavano le copertine ai libri e poi li buttavano, i libri. Al mio sguardo attonito difronte a questo scempio mi hanno spiegato che i libri pesano, grazie, lo so’ anche io che pesano, almeno regalateli anche voi, no?

Da Phaidon, editore di libri d’arte, fantastici tomi a prezzi scontati. Tutta l’arte dai primordi della civiltà ad oggi? Un libro così grande da non entrare nemmeno negli scaffali della libreria? Ma è tutta l’arte, capisci, non possiamo farcela scappare con questo sconto. Aggiungi gli ultimi dieci chili al fardello.

Saremo tornati a casa con una settantina di libri in più, un paio di vertebre in meno ed il portafogli devastato, malgrado lo sconto.

Gli anni successivi abbiamo puntato la sveglia presto la domenica e armati di trolley, grandi, due, siamo tornati entusiasti a caricarci di carta. Quest’anno le librerie di casa hanno indetto una manifestazione di protesta, basta con la doppia fila, e allora siamo andati con un solo trolley, piccolo, e la maggior parte del carico sono stati libri per il Piccolo, la sua biblioteca personale conta già un centinaio di titoli, ed ha appena tre anni. Al Piccolo è andata particolarmente bene, dovunque andasse piovevano regali: modellini di trattori, di aeroplani, da contendere al padre, calendari dell’avvento, block notes, adesivi con cui riempire le tasche. Correva da uno stand all’altro, con la sua tessera personale appesa al collo, corredata di nome e numeri di telefono, hai visto mai.

Bello anche quest’anno, non ci siamo persi né dispersi, è andato tutto bene, tranne il piccolo incidente del caffè dolcificato con la senape, ma questa è un’altra storia.

In mezz’ora

Quando vado a prendere il Piccolo al nido trovo un’altra mamma abbandonata sulla panca nell’ingresso, stringe fra le mani una giacchina, guarda la figlia che imperversa nell’atrio, con voce desolata mi dice “Sono qui da mezz’ora, e non riesco ad uscire, non si lascia vestire, vuole fare tutto da sola”. Le lancio uno sguardo complice, il Piccolo si siede computo sulla panca, si lascia vestire ed in cinque minuti noi due siamo fuori dal nido, ma non vuol dire.

Con il passeggino arriviamo sotto casa, parcheggiamo sopra la rampa di scale che accede al parcheggio, lo faccio scendere e parte il timer. Per prima cosa gioca con i ninnoli appesi ad un altro passeggino accanto al nostro, poi vuole assaggiare le bacche della pianta decorativa, quindi cerca di scendere le scale, mentre noi dobbiamo uscire dalla porta. Quando finalmente lo convinco ad uscire dalla porta si precipita verso le altalene, lo placco prima che le raggiunga, dobbiamo ancora percorrere un vialetto lungo dieci metri, entrare in un’altra porta, salire quindici gradini ed entrare nel nostro appartamento. Ricondotto sul vialetto sfila l’igrometro da un’altra pianta in vaso, io ce lo rimetto, lui nel frattempo raggiunge l’ingresso di un altro appartamento, bussa alla porta, accende la luce, chiama a gran voce i nostri vicini, lo convinco che i vicini non sono in casa, lo allontano dalla loro porta, riesco a ricondurlo sul vialetto. Allora tocca tutti i lampioncini cercando di ruotarli, gioca con le fronde di un paio di alberelli, prende a calci i candidi sassolini del giardino giapponese di altri vicini, ne strappa le decorazioni in vetro, cerca l’uccellino dorato. Finalmente arriviamo davanti alla porta, gioca con le cassette delle lettere che riesce a raggiungere, sfila un pacco, tenta di strappare un rametto fiorito, riesco a sospingerlo verso le scale, non prima che abbia acceso la luce. I quindici gradini vengono scalati in varie modalità, a seconda della giornata: in braccio alla mamma, all’indietro, in avanti ma strusciando il piede lungo tutto il gradino, guardando il soffitto, in ginocchio. Se devo pregarlo di fare quei quindici gradini, poi all’improvviso vorrebbe salire anche gli altri, quelli che portano agli altri appartamenti, quindi devo trascinarlo giù. Cerco di infilare la chiave nella toppa mentre lui cerca di infilarci il dito, nel contempo prende a calci la porta. Riesco finalmente ad aprire, siamo dentro casa ma lui con uno scatto di reni esce di nuovo sul pianerottolo, suona il campanello della vicina, accende di nuovo la luce, si china per vedere cosa c’è sotto al tappetino, gli strappo il tappetino dalle mani e lo porto per la seconda volta dentro casa e per prima cosa chiudo a chiave la porta dall’interno, sfilando poi la chiave, e si arresta il timer.

Guardo l’ora, io e l’altra mamma siamo pari.

Macchine a vapore

Una delle passioni del Piccolo sono i passaggi a livello, quindi lo abbiamo portato in un piccolo museo all’aperto dove sono custodite e regolarmente messe in funzione delle locomotive a vapore. Gli sbuffi di vapore lo hanno spaventato e sulla locomotiva non ci voleva salire, ma quando si è trattato di camminare lungo i binari per andare a vedere il passaggio a livello non si è fatto trascinare, se non per tornare poi indietro. Misteriose a volte le passioni dei bambini.

Fotoblog

Nel giro di soli due mesi è fallita la palestra come buon proposito per l’anno nuovo, e allora sono passata ad un altro punto della lunga lista, la fotografia. Ho una reflex digitale da qualche anno ormai, ma l’ho usata sempre poco, ingombra e a portarsela in viaggio insieme a tutto il necessario per il Piccolo passa un po’ la fantasia. Però è un peccato, e allora ho ripreso in mano qualche vecchio manuale di fotografia che stava a prendere polvere in libreria, scritto quando c’erano solo la pellicola e le diapositive. Nei ritagliucci di tempo leggo ed in altri attimi altrettanto fugaci pratico, e la primavera è un bellissimo soggetto da fotografare.

E allora ecco i fiori, tanto per sorridere, e qualche spina.

Per vedere bene le foto bisogna ‘cliccarci’ sopra.

 

 

Carrello

Quando lo dirò a mia madre avrà un mancamento. Lui invece ha già detto che la cosa non lo riguarda.

Il fatto è questo, mi sono comprata un carrello per andare a fare la spesa nella piazza del mercato, di quelli con le ruote e con il manico. Mia madre aveva quasi il doppio dei miei anni quando si è piegata alla necessità di farne uso, io invece ho preferito precorrere i tempi. Ci sono stata portata dal consumo smodato che si fa nella nostra famiglia di frutta e verdura.

Trovare un modello che avesse una fantasia che mia madre ottuagenaria non avrebbe esitato a definire ‘da vecchia’ non è stato possibile, e allora ho ripiegato sulla tinta unita, evitando il nero funereo, ne ho preso uno rosso passione, diciamo.

Comunque, di schiena ce n’è una, di vertebre tante, ma servono tutte in buono stato. Allora sfilerò finalmente leggera e senza vergogna per le vie del centro, senza soccombere sotto il peso dei cinque litri di succo di mela, dei cinque chili di frutta,  dei tre chili di patate, solo per menzionarne alcuni.

E poi volendo diventa anche una borsa picnic, ed ha anche la tracolla, ed è tutto foderato di alluminio, fico, no?

Kasperle

La domenica con i miei andavo spesso al Pincio, da piccola, e con la bella stagione io ed una ciurma di mocciosi ci sedevamo sulle poche panche instabili sopra la ghiaia, a guardate verso l’alto i burattini che sbucavano da un siparietto sbiadito e che se le davano ogni volta di santa ragione per motivi che ancora oggi mi sfuggono. Ho nella testa un ricordo di sole abbagliante, riflesso dalla ghiaia bianca, e di polvere.

Anche qui ci sono i burattini e quando ho visto la locandina ed il termometro mi sono chiesta come le due cose si potessero conciliare. E infatti, in una delle piazze centrali hanno montato un piccolo teatro tenda, un botteghino e per il prezzo di uno spettacolo teatrale normale è possibile assistere alla rappresentazione. Nell’interno riscaldato ci sono le panche ed una bancarella che vende dolciumi vari, che qui non se li fanno mai mancare. Il piccolo palco ha drappi di velluto rosso vero, ci sono i riflettori ed il burattinaio di terza generazione si presenta davanti a tutti noi tramite un piccolo microfono che gli scende sulla guancia. Lo spettacolo durerà un’ora con un intervallo annunciato di sette minuti, di numero. La scenografia è bucolica, un vecchio mulino di campagna. Il protagonista è Kasperle, un tipo un po’ rozzo che interviene al margine della storia ma è quello che si rivolge ai bambini, introduce e fa parlare i personaggi, per la precisione il brigante, la strega, i gendarmi, la nonna, il cane ed il coccodrillo, che farlo rientrare nella drammaturgia ce ne vuole, ma ai bambini piace tanto.

La storia è molto semplice, il brigante e la strega si mettono d’accordo per rubare alla nonna un vecchio macinino da caffè, che andarsela a rischiare per un oggetto simile che nemmeno si possono dividere, comunque, ad un certo punto capiscono di avere i gendarmi alle calcagna, che anche loro non hanno di meglio da fare che rincorrere ladri di macinini, e abbandonano la refurtiva nel bosco dove il cane può ritrovarla. Educativa la storiella, ma tutto sommato meglio dei burattini che menano facilmente le mani, ed il bastone.

Il coccodrillo ha fatto solo qualche apparizione per spaventare e battersi in un duello di morsi con il cane, ha vinto il cane. Il piccolo teatro era gremito ed il Piccolo è quasi riuscito a seguire l’intero spettacolo prima di afferrare una panca e ribaltarla.

Mi è mancata un po’ la luce abbacinante, e anche la polvere.

 

Unfit

Sono tornata nella palestra e ho provato la lezione di danza del ventre.

La tipa sulla cinquantina che insegna ha i capelli cotonati e mal tinti di nero, non si muove, riesce traballando a fare mezzo giro, che qui non saremo al Bolshoi, per carità, ma almeno reggersi in piedi, e soprattutto non si piace, non si diverte e guarda continuamente l’ora. Preferisco l’allieva che indossa una maglietta nera con una testa d’indiano sul davanti, calzoncini neri dell’Adidas, quelli con le strisce bianche laterali, con sopra una fascia piena di ninnoli sonanti e ai piedi pedule bianche, almeno ha entusiasmo. Però non credo che mi basti, e non basta nemmeno alle altre, dato che all’inizio della lezione eravamo in dieci e alla fine in tre.

Allora ho provato la lezione di danza jazz. Il maestro è nero, le musiche sono quelle di Michael Jackson, lo stile è lo stesso che ballavo negli anni ottanta, d’altronde non è che il jazz nel frattempo sia cambiato, pure io che pretese.

Andando via ho preso il gentile omaggio che mi veniva offerto, una mezza fetta di pane nero, piccola e sottile, che bisogna mantenere la linea.

Stasera scrivo la lettera di disdetta.

Fit

Fra i buoni propositi per il nuovo anno ai primi posti si colloca quello di ballare di più. I primi di gennaio mi sono quindi iscritta in una palestra. Cosa c’entra?, si potrebbe obiettare, ed infatti c’entra poco. E’ una palestra grande, ha due sale, lezioni mattina e pomeriggio fra le quali tre appuntamenti settimanali con danza del ventre, jazz e classica. Ci sarebbe anche la zumba, ma allora preferisco la danza maori. La palestra è arredata in stile orientaleggiante con il soffitto drappeggiato di tende macchiate per nascondere i cavi elettrici. Purtroppo è riservata alla donne, ma offre nel pacchetto tutto compreso anche le baby-sitter che ti sorvegliano l’infante mentre tu ti affanni in qualche sala o alle macchine (averlo saputo a suo tempo). Mi sono prudentemente iscritta per un solo mese. La proprietaria voleva farmi pagare uno sproposito di iscrizione, ma ho fatto la turca, ho detto che se la cifra era così alta allora dovevo consultare mio marito, ha funzionato, ho pagato un terzo dello sproposito, risparmiandomi anche l’orrida borsa in omaggio.

Stamattina volevo provare una non meglio specificata lezione per rinforzare la schiena. Il corridoio che porta alla sala era ingorgato di carrozzine, mi affaccio e vedo il pavimento interamente ricoperto di madri e neonati. Vado dalla proprietaria e le chiedo come mai avesse segnato questa fra le possibili lezioni per me, risponde che non sa, non ricorda e che comunque posso fare invece una bella lezione di PP (Power Pilates), abbinata ad un pre-riscaldamento con altre attrezzature, e corrucciata mi chiede come mai ancora non ho fatto un piano fitness e non ho la mia scheda e nemmeno le scarpe adatte. Le spiego che sono una luddista che aborre gli attrezzi da palestra e che il piano fitness me lo faccio da sola, e che alla bicicletta finta non mi ci metto, dato che sono arrivata in palestra con quella vera. Per tutta risposta mi accompagna alla cyclette, mi mostra dove mettere i piedi, il bicchiere, dove guardare la TV, dove leggere a che velocità vado, a quanto pompa il cuore, e come si fa ad andare più velocemente, e quante calorie ho consumato, già tre, perbacco, e di non smettere che altrimenti la macchina si spegne. Mentre si volta e si allontana scalo le marce e mi attesto su comodi novanta battiti al minuto, al di sotto della soglia di rischio per i settantenni, aspetto che inizi la lezione di Pilates.

La sala dove sono orizzontalmente collocate le otto vergini di Norimberga per la pratica del Pilates è piena quando arrivo, ma infondo c’è la mia con tanto di cinghie, ruote e molle. Non so’ come si prepara, mi soccorre sollecita la vicina ottuagenaria, prima che intervenga la bella istruttrice a ristabilire la gerarchia. Tutto sommato l’esercizio è molto semplice, mi devo sdraiare sulla panca e poi piegare ed allungare alternativamente le gambe. Il movimento si traduce in una oscillazione della panca molto simile a quella su cui si devono allenare i canottieri. A proposito di acqua, dopo un po’ di su e giù mi sento come un vortice alla testa, che si propaga allo stomaco, per poi tornare su e dirmi di scendere dal coso, che soffro di mal di mare. Argomenti del tipo che il mare dista quasi cinquecento chilometri da qui non sortiscono nessun effetto. Mi tiro subito su, parte la molla e voilà, mi ritrovo sul pavimento, l’ottuagenaria per fortuna mi dà una mano. Seguo la lezione senza altri incidenti di rilievo, montando e smontando dalla canoa quando il mare si fa troppo mosso. A fine ora veniamo tutte provviste di vaporizzatore e pezza per pulire le otto vergini.

Uscendo dallo spogliatoio schivo tutti i personal trainer ed in strada ritrovo finalmente la mia bicicletta, pronta a tornare a casa.

Fra i buoni propositi per il nuovo anno ai primi posti si colloca quello di imparare meglio il tedesco. Intanto mi sono comprata una grammatica di spagnolo.

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