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In mezz’ora

Quando vado a prendere il Piccolo al nido trovo un’altra mamma abbandonata sulla panca nell’ingresso, stringe fra le mani una giacchina, guarda la figlia che imperversa nell’atrio, con voce desolata mi dice “Sono qui da mezz’ora, e non riesco ad uscire, non si lascia vestire, vuole fare tutto da sola”. Le lancio uno sguardo complice, il Piccolo si siede computo sulla panca, si lascia vestire ed in cinque minuti noi due siamo fuori dal nido, ma non vuol dire.

Con il passeggino arriviamo sotto casa, parcheggiamo sopra la rampa di scale che accede al parcheggio, lo faccio scendere e parte il timer. Per prima cosa gioca con i ninnoli appesi ad un altro passeggino accanto al nostro, poi vuole assaggiare le bacche della pianta decorativa, quindi cerca di scendere le scale, mentre noi dobbiamo uscire dalla porta. Quando finalmente lo convinco ad uscire dalla porta si precipita verso le altalene, lo placco prima che le raggiunga, dobbiamo ancora percorrere un vialetto lungo dieci metri, entrare in un’altra porta, salire quindici gradini ed entrare nel nostro appartamento. Ricondotto sul vialetto sfila l’igrometro da un’altra pianta in vaso, io ce lo rimetto, lui nel frattempo raggiunge l’ingresso di un altro appartamento, bussa alla porta, accende la luce, chiama a gran voce i nostri vicini, lo convinco che i vicini non sono in casa, lo allontano dalla loro porta, riesco a ricondurlo sul vialetto. Allora tocca tutti i lampioncini cercando di ruotarli, gioca con le fronde di un paio di alberelli, prende a calci i candidi sassolini del giardino giapponese di altri vicini, ne strappa le decorazioni in vetro, cerca l’uccellino dorato. Finalmente arriviamo davanti alla porta, gioca con le cassette delle lettere che riesce a raggiungere, sfila un pacco, tenta di strappare un rametto fiorito, riesco a sospingerlo verso le scale, non prima che abbia acceso la luce. I quindici gradini vengono scalati in varie modalità, a seconda della giornata: in braccio alla mamma, all’indietro, in avanti ma strusciando il piede lungo tutto il gradino, guardando il soffitto, in ginocchio. Se devo pregarlo di fare quei quindici gradini, poi all’improvviso vorrebbe salire anche gli altri, quelli che portano agli altri appartamenti, quindi devo trascinarlo giù. Cerco di infilare la chiave nella toppa mentre lui cerca di infilarci il dito, nel contempo prende a calci la porta. Riesco finalmente ad aprire, siamo dentro casa ma lui con uno scatto di reni esce di nuovo sul pianerottolo, suona il campanello della vicina, accende di nuovo la luce, si china per vedere cosa c’è sotto al tappetino, gli strappo il tappetino dalle mani e lo porto per la seconda volta dentro casa e per prima cosa chiudo a chiave la porta dall’interno, sfilando poi la chiave, e si arresta il timer.

Guardo l’ora, io e l’altra mamma siamo pari.

Macchine a vapore

Una delle passioni del Piccolo sono i passaggi a livello, quindi lo abbiamo portato in un piccolo museo all’aperto dove sono custodite e regolarmente messe in funzione delle locomotive a vapore. Gli sbuffi di vapore lo hanno spaventato e sulla locomotiva non ci voleva salire, ma quando si è trattato di camminare lungo i binari per andare a vedere il passaggio a livello non si è fatto trascinare, se non per tornare poi indietro. Misteriose a volte le passioni dei bambini.

Fotoblog

Nel giro di soli due mesi è fallita la palestra come buon proposito per l’anno nuovo, e allora sono passata ad un altro punto della lunga lista, la fotografia. Ho una reflex digitale da qualche anno ormai, ma l’ho usata sempre poco, ingombra e a portarsela in viaggio insieme a tutto il necessario per il Piccolo passa un po’ la fantasia. Però è un peccato, e allora ho ripreso in mano qualche vecchio manuale di fotografia che stava a prendere polvere in libreria, scritto quando c’erano solo la pellicola e le diapositive. Nei ritagliucci di tempo leggo ed in altri attimi altrettanto fugaci pratico, e la primavera è un bellissimo soggetto da fotografare.

E allora ecco i fiori, tanto per sorridere, e qualche spina.

Per vedere bene le foto bisogna ‘cliccarci’ sopra.

 

 

Carrello

Quando lo dirò a mia madre avrà un mancamento. Lui invece ha già detto che la cosa non lo riguarda.

Il fatto è questo, mi sono comprata un carrello per andare a fare la spesa nella piazza del mercato, di quelli con le ruote e con il manico. Mia madre aveva quasi il doppio dei miei anni quando si è piegata alla necessità di farne uso, io invece ho preferito precorrere i tempi. Ci sono stata portata dal consumo smodato che si fa nella nostra famiglia di frutta e verdura.

Trovare un modello che avesse una fantasia che mia madre ottuagenaria non avrebbe esitato a definire ‘da vecchia’ non è stato possibile, e allora ho ripiegato sulla tinta unita, evitando il nero funereo, ne ho preso uno rosso passione, diciamo.

Comunque, di schiena ce n’è una, di vertebre tante, ma servono tutte in buono stato. Allora sfilerò finalmente leggera e senza vergogna per le vie del centro, senza soccombere sotto il peso dei cinque litri di succo di mela, dei cinque chili di frutta,  dei tre chili di patate, solo per menzionarne alcuni.

E poi volendo diventa anche una borsa picnic, ed ha anche la tracolla, ed è tutto foderato di alluminio, fico, no?

Kasperle

La domenica con i miei andavo spesso al Pincio, da piccola, e con la bella stagione io ed una ciurma di mocciosi ci sedevamo sulle poche panche instabili sopra la ghiaia, a guardate verso l’alto i burattini che sbucavano da un siparietto sbiadito e che se le davano ogni volta di santa ragione per motivi che ancora oggi mi sfuggono. Ho nella testa un ricordo di sole abbagliante, riflesso dalla ghiaia bianca, e di polvere.

Anche qui ci sono i burattini e quando ho visto la locandina ed il termometro mi sono chiesta come le due cose si potessero conciliare. E infatti, in una delle piazze centrali hanno montato un piccolo teatro tenda, un botteghino e per il prezzo di uno spettacolo teatrale normale è possibile assistere alla rappresentazione. Nell’interno riscaldato ci sono le panche ed una bancarella che vende dolciumi vari, che qui non se li fanno mai mancare. Il piccolo palco ha drappi di velluto rosso vero, ci sono i riflettori ed il burattinaio di terza generazione si presenta davanti a tutti noi tramite un piccolo microfono che gli scende sulla guancia. Lo spettacolo durerà un’ora con un intervallo annunciato di sette minuti, di numero. La scenografia è bucolica, un vecchio mulino di campagna. Il protagonista è Kasperle, un tipo un po’ rozzo che interviene al margine della storia ma è quello che si rivolge ai bambini, introduce e fa parlare i personaggi, per la precisione il brigante, la strega, i gendarmi, la nonna, il cane ed il coccodrillo, che farlo rientrare nella drammaturgia ce ne vuole, ma ai bambini piace tanto.

La storia è molto semplice, il brigante e la strega si mettono d’accordo per rubare alla nonna un vecchio macinino da caffè, che andarsela a rischiare per un oggetto simile che nemmeno si possono dividere, comunque, ad un certo punto capiscono di avere i gendarmi alle calcagna, che anche loro non hanno di meglio da fare che rincorrere ladri di macinini, e abbandonano la refurtiva nel bosco dove il cane può ritrovarla. Educativa la storiella, ma tutto sommato meglio dei burattini che menano facilmente le mani, ed il bastone.

Il coccodrillo ha fatto solo qualche apparizione per spaventare e battersi in un duello di morsi con il cane, ha vinto il cane. Il piccolo teatro era gremito ed il Piccolo è quasi riuscito a seguire l’intero spettacolo prima di afferrare una panca e ribaltarla.

Mi è mancata un po’ la luce abbacinante, e anche la polvere.

 

Unfit

Sono tornata nella palestra e ho provato la lezione di danza del ventre.

La tipa sulla cinquantina che insegna ha i capelli cotonati e mal tinti di nero, non si muove, riesce traballando a fare mezzo giro, che qui non saremo al Bolshoi, per carità, ma almeno reggersi in piedi, e soprattutto non si piace, non si diverte e guarda continuamente l’ora. Preferisco l’allieva che indossa una maglietta nera con una testa d’indiano sul davanti, calzoncini neri dell’Adidas, quelli con le strisce bianche laterali, con sopra una fascia piena di ninnoli sonanti e ai piedi pedule bianche, almeno ha entusiasmo. Però non credo che mi basti, e non basta nemmeno alle altre, dato che all’inizio della lezione eravamo in dieci e alla fine in tre.

Allora ho provato la lezione di danza jazz. Il maestro è nero, le musiche sono quelle di Michael Jackson, lo stile è lo stesso che ballavo negli anni ottanta, d’altronde non è che il jazz nel frattempo sia cambiato, pure io che pretese.

Andando via ho preso il gentile omaggio che mi veniva offerto, una mezza fetta di pane nero, piccola e sottile, che bisogna mantenere la linea.

Stasera scrivo la lettera di disdetta.

Fit

Fra i buoni propositi per il nuovo anno ai primi posti si colloca quello di ballare di più. I primi di gennaio mi sono quindi iscritta in una palestra. Cosa c’entra?, si potrebbe obiettare, ed infatti c’entra poco. E’ una palestra grande, ha due sale, lezioni mattina e pomeriggio fra le quali tre appuntamenti settimanali con danza del ventre, jazz e classica. Ci sarebbe anche la zumba, ma allora preferisco la danza maori. La palestra è arredata in stile orientaleggiante con il soffitto drappeggiato di tende macchiate per nascondere i cavi elettrici. Purtroppo è riservata alla donne, ma offre nel pacchetto tutto compreso anche le baby-sitter che ti sorvegliano l’infante mentre tu ti affanni in qualche sala o alle macchine (averlo saputo a suo tempo). Mi sono prudentemente iscritta per un solo mese. La proprietaria voleva farmi pagare uno sproposito di iscrizione, ma ho fatto la turca, ho detto che se la cifra era così alta allora dovevo consultare mio marito, ha funzionato, ho pagato un terzo dello sproposito, risparmiandomi anche l’orrida borsa in omaggio.

Stamattina volevo provare una non meglio specificata lezione per rinforzare la schiena. Il corridoio che porta alla sala era ingorgato di carrozzine, mi affaccio e vedo il pavimento interamente ricoperto di madri e neonati. Vado dalla proprietaria e le chiedo come mai avesse segnato questa fra le possibili lezioni per me, risponde che non sa, non ricorda e che comunque posso fare invece una bella lezione di PP (Power Pilates), abbinata ad un pre-riscaldamento con altre attrezzature, e corrucciata mi chiede come mai ancora non ho fatto un piano fitness e non ho la mia scheda e nemmeno le scarpe adatte. Le spiego che sono una luddista che aborre gli attrezzi da palestra e che il piano fitness me lo faccio da sola, e che alla bicicletta finta non mi ci metto, dato che sono arrivata in palestra con quella vera. Per tutta risposta mi accompagna alla cyclette, mi mostra dove mettere i piedi, il bicchiere, dove guardare la TV, dove leggere a che velocità vado, a quanto pompa il cuore, e come si fa ad andare più velocemente, e quante calorie ho consumato, già tre, perbacco, e di non smettere che altrimenti la macchina si spegne. Mentre si volta e si allontana scalo le marce e mi attesto su comodi novanta battiti al minuto, al di sotto della soglia di rischio per i settantenni, aspetto che inizi la lezione di Pilates.

La sala dove sono orizzontalmente collocate le otto vergini di Norimberga per la pratica del Pilates è piena quando arrivo, ma infondo c’è la mia con tanto di cinghie, ruote e molle. Non so’ come si prepara, mi soccorre sollecita la vicina ottuagenaria, prima che intervenga la bella istruttrice a ristabilire la gerarchia. Tutto sommato l’esercizio è molto semplice, mi devo sdraiare sulla panca e poi piegare ed allungare alternativamente le gambe. Il movimento si traduce in una oscillazione della panca molto simile a quella su cui si devono allenare i canottieri. A proposito di acqua, dopo un po’ di su e giù mi sento come un vortice alla testa, che si propaga allo stomaco, per poi tornare su e dirmi di scendere dal coso, che soffro di mal di mare. Argomenti del tipo che il mare dista quasi cinquecento chilometri da qui non sortiscono nessun effetto. Mi tiro subito su, parte la molla e voilà, mi ritrovo sul pavimento, l’ottuagenaria per fortuna mi dà una mano. Seguo la lezione senza altri incidenti di rilievo, montando e smontando dalla canoa quando il mare si fa troppo mosso. A fine ora veniamo tutte provviste di vaporizzatore e pezza per pulire le otto vergini.

Uscendo dallo spogliatoio schivo tutti i personal trainer ed in strada ritrovo finalmente la mia bicicletta, pronta a tornare a casa.

Fra i buoni propositi per il nuovo anno ai primi posti si colloca quello di imparare meglio il tedesco. Intanto mi sono comprata una grammatica di spagnolo.

Le cose che so fare

Cucinare le minestre, mi vengono proprio bene, soprattutto quelle di legumi. Piegare le cose, dalla mutandina alla portaerei, come ebbe a notare Lui parecchi anni fa. Leggere il linguaggio del corpo delle persone, capire quello che pensano e che sentono a prescindere da tutto quello che possono invece dire. Capire le persone guardandole ballare. Ricordare, fatti, persone, storie. Ascoltare, perché poi mi piace ricordare, appunto, fatti, persone, storie. Concentrarmi, su una cosa per volta. Trattare con cura le cose. Ottimizzare, tempo e spazio, ma non per voler fare economia a tutti i costi, ma perché penso che c’è sempre margine per migliorare e perché odio gli sprechi. Ridere di cuore, anche per sciocchezze. Muovermi nello spazio senza collidere con persone e cose. Scrivere, se solo sapessi cosa. Controllarmi, anche se ogni tanto perdere il controllo, nel bene e nel male, non nuocerebbe, a me come al mio prossimo. Qualche anno fa avrei detto anche dare l’anima ballando, ma ora non ne sono più tanto sicura, ma ho ricominciato, vediamo. Abbinare i colori. Parlare quattro lingue, veramente bene solo una, la mia, in un paio posso  lavorare e formulare concetti complessi, nell’ultima, quella che mi servirebbe di più al momento, faccio ancora ampio uso di gesti e complicate circonvoluzioni linguistiche, per aggirare le mie voragini nel vocabolario. Fare i grattoni ai gatti, che sarebbero come i grattini, ma molto più energici, che a loro che hanno la pellaccia dura piacciono. Far ridere il Piccolo, ma a lui per fortuna basta poco.

 

Esercizio di stile suggerito, link dopo link, da Rillo.

2+

Dove eravamo rimasti? Altro che Brevissimo riassunto delle puntate mancanti! Sono successe tante di quelle cose. La più importante è un figlio, finalmente, che ha già lanciato il suo primo abbrivo pomeridiano dalla cameretta dove dorme. Ora il Piccolo ha più di due anni, comincia a parlare al primo risveglio e termina solo quando si addormenta, inizia a correre appena gli si concede libertà di movimento e smette solo quando gliela si toglie. Il piccolo ha tre grandi passioni, che non sono Bacco, Venere e Tabacco, come vanta il Suocero, ma Elicotteri, Alberi e Ragazze, che di Venere mi sembra sia ancora presto per parlarne, ma forse no.

 

Ah, dimenticavo, abbiamo gli stessi occhi.

Brevissimo riassunto delle puntate mancanti

 

Dunque, la protagonista, come avevamo già visto nelle ultime puntate, affronta eroicamente la trasmigrazione che dall’Italia la porta nella grande Germania. Ivi trascorre il suo primo anno allegramente e spensieratamente, intenta solo all’apprendimento dell’ostico idioma, al perfezionamento dell’equilibrio sulla bicicletta e alla panificazione.

 

Un giorno Lui le propone timidamente di mostrare il suo curriculum vitae ad un amico comune, così, tanto per vedere cosa succede. Lei, pensandosi al riparo da qualunque proposta di lavoro, per accontentarlo ne stampa una copia non aggiornata, in italiano.

 

Da quel giorno la sua vita non sarà più la stessa. L’amico comune, in grado di leggere la lingua italiana, la piazzerà sul mercato del lavoro internazionale nel breve lasso di due settimane. La nostra eroina non sarà in grado di rifiutare l’allettante prospettiva di lavorare presso l’Agenzia Spaziale Europea e cederà incautamente alla proposta di lavoro. Un anno dopo, a chi stupito le chiedeva perché voleva lasciare un lavoro così interessante in un ambiente tanto prestigioso, rispondeva che tecnicamente anche l’indiano che spazza le foglie dai viali del parco dell’agenzia lavora per l’ESA.

 

Contro il volere di tutti decide quindi di abbandonare il lavoro, ma non riesce a licenziarsi, il suo capo la coinvolge ancora una volta in un lavoro interessantissimo, in un progetto che in tutto il mondo ve ne saranno forse cinque. Divorata dall’ottimismo e dalla curiosità, più che dall’ambizione, cede ancora una volte alla lusinga del nuovo lavoro e non riesce più a liberarsene. Tutte le sue energie sono irrimediabilmente fagocitate dall’attività lavorativa, in un paese dove la parola lavorare non assume i molteplici significati di leggere email/prendere il caffè/leggere il giornale/telefonare/pranzare/riprendere il caffè/guardarsi le offerte di viaggi su internet/chiacchierare/ritelefonare/lavorare. Nel frattempo trascura tutti i suoi interessi ed i suoi passatempi, acquista dieci chili di peso, comincia a smaniare per il caldo quando la temperatura esterna supera i ventidue gradi, guarda con riprovazione gli stranieri che non si comportano da tedeschi modello, si scaraventa fuori di casa alla prima comparsa di un timido sole nel vano tentativo di far virare il proprio colorito dal giallo elisabettiano al pesca mediterraneo.

 

Esasperata dalla piega che gli eventi hanno preso, decide di riprendere in mano la propria vita, a cominciare dalla tastiera, per scrivere, nella lingua italiana, e non nei barbari idiomi a cui è quotidianamente costretta.

 

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