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Stroncatura

Mi hanno chiesto di scrivere una stroncatura e io mi sono cimentata nell’impresa. L’ho fatto ai danni di uno scrittore che mi piace, Alessandro Baricco, per colpa di un suo libro che non mi è piaciuto, Senza sangue.

 

Trama

… per chi non l’ha letto, o per chi, volendolo leggere, non ne vuole sapere niente

 

Il libro è breve, diviso in due parti. Nella prima viene consumata in molto sangue una vendetta. In una fattoria fuori dal tempo e dallo spazio un gruppo di tre uomini fa irruzione, cercano un uomo colpevole di orrendi esperimenti perpetrati in un ospedale sui prigionieri di guerra, di una guerra che non è ancora finita perché ancora non è stata fatta giustizia sull’ultimo aguzzino. I tre hanno alle spalle storie di violenze subite, hanno tutti perso un familiare in modo orribile, è il motivo per cui sono lì. L’aguzzino viene ucciso, solo dopo aver visto morire il figlio, e la fattoria è data alle fiamme.

Nella casa, nascosta sotto una botola nel pavimento, c’è la figlia che miracolosamente sopravvive al rogo, sarà lei la protagonista della seconda parte che si svolge molti anni più tardi, quando la bambina sarà ormai una donna anziana. La troviamo elegante che percorre le strade di una città, si avvicina ad un chiosco della lotteria e parla con l’anziano uomo dei biglietti, è lui uno dei carnefici, il più giovane, quello che l’aveva vista sotto la botola, ma non aveva detto niente, inconsapevole del rogo che di lì a poco avrebbe avvolto la casa. Lui la riconosce subito, sa che lei è venuta a cercarlo, sa che i suoi due compagni sono morti in circostanze misteriose e sa cosa l’aspetta. I due si recano in un caffè ed insieme ricostruiscono la vita di lei, quella che è stata da quel giorno.

Nel caffè si svolge il dialogo centrale del libro, quello in cui lei chiede perché, in cui vuole una spiegazione all’orrore che ha segnato la sua vita. E lui offre una sua spiegazione, una spiegazione ideologica secondo la quale il fine giustifica i mezzi e tutto è lecito se la posta in gioco è un mondo migliore. E lei smonta questa sua teoria, per lei l’orrore è stato solo frutto della vendetta che è il solo farmaco che ci sia contro il dolore, gli chiede dove è il mondo migliore che si erano auspicati e gli fa notare come lui e gli altri, agendo come hanno fatto, si siano in realtà bruciati la vita intera. Lui non è più in grado di replicare, ma solo di piangere, forse per la prima volta.

A questo punto del libro succede l’imprevedibile, lei lo invita a seguirla in un albergo, gli offre di fare l’amore. Per lei è il momento di ricongiungimento con lui, colpevole per lo strazio alla famiglia ma anche innocente perché ha lasciato che lei si salvasse. Per lui è il momento della liberazione, vissuto quasi come il momento della salvezza e della redenzione. Entrambi da questo momento in poi seguiranno un destino che sembra inevitabile, quello della vendetta finale, la vendetta senza sangue che il lettore intuisce ma alla quale non gli è dato di assistere.

 

Parere personale

… a chi interessa

 

Il libro è, in fin dei conti, una storia Western, indubbiamente ben raccontata, senz’altro violenta, nella prima parte abbastanza prevedibile, ricca di luoghi comuni e di personaggi noti.

Nella seconda parte il cambiamento di registro è molto forte, le parole prevalgono sull’azione cinematografica, il libro diventa inusuale e disorientante. Proprio nel finale sembra che il libro perda di coerenza, che la lucidità con la quale lei aveva condannato la violenza venga meno per l’assurda fedeltà all’orrore alla quale non riesce a sottrarsi.

Nell’ultima vendetta c’è perversamente qualcosa di bello, perché preceduta da un atto di amore. L’incontro finale è descritto come un momento di bellezza, di perfezione, di pienezza e per questo è inquietante e forse poco realistico. Il racconto non ha una morale, se non quella che non è possibile sottrarsi alla spirale dell’odio, che una vita è rovinata per sempre da un giorno di orrore. Non c’è un filo di speranza in tutto il racconto, non ci sono appigli, ma solo una realtà a tratti paradossale dove le vite colpite con estrema violenza non hanno nessun appello, nessuna salvezza possibile.

Nel libro la violenza è fine a se stessa, non insegna nulla di nuovo, non è liberatoria, non induce ad una riflessione. Nonostante ciò traspare evidente il compiacimento che lo scrittore prova nel raccontare la storia, nel rifinire i dettagli, nell’inserire piccoli tormentoni, nell’uso delle metafore, nel riallacciare i fili fra la seconda e la prima parte che, senza un suo paziente lavoro, si separerebbero quasi naturalmente in due storie distinte. Vogliamo fargliene una colpa?


3 Responses to “Stroncatura”

  1. keeton writes:

    è già positivo che ti piaccia Baricco! Come hai fatto a fartelo piacere?

  2. Myria writes:

    In effetti la tua simpatia per Baricco viene comunque fuori, quindi non sembrerebbe eccessivamente “stroncante” come stroncatura… Il libro non l’ho letto, mi riservo di darne un parere in futuro!

  3. desimo writes:

    io nemmeno l’ho letto, ma l’ho comprato quando è uscito (insieme alla sua parodia demenziale: “senza sugo”!)… baricco solitamente mi piace anche se lo trovo molto antipatico e quello che mi sembra venga fuori dalla tua stroncatura è una forse (lo saprò solo dopo averlo letto) giusta stroncatura della storia e allo stesso tempo un riconoscimento ad un bravo scrittore che sa come usare la parola anche in un libro che sembra avere una storia “magrolina”…

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