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Fra i buoni propositi per il nuovo anno ai primi posti si colloca quello di ballare di più. I primi di gennaio mi sono quindi iscritta in una palestra. Cosa c’entra?, si potrebbe obiettare, ed infatti c’entra poco. E’ una palestra grande, ha due sale, lezioni mattina e pomeriggio fra le quali tre appuntamenti settimanali con danza del ventre, jazz e classica. Ci sarebbe anche la zumba, ma allora preferisco la danza maori. La palestra è arredata in stile orientaleggiante con il soffitto drappeggiato di tende macchiate per nascondere i cavi elettrici. Purtroppo è riservata alla donne, ma offre nel pacchetto tutto compreso anche le baby-sitter che ti sorvegliano l’infante mentre tu ti affanni in qualche sala o alle macchine (averlo saputo a suo tempo). Mi sono prudentemente iscritta per un solo mese. La proprietaria voleva farmi pagare uno sproposito di iscrizione, ma ho fatto la turca, ho detto che se la cifra era così alta allora dovevo consultare mio marito, ha funzionato, ho pagato un terzo dello sproposito, risparmiandomi anche l’orrida borsa in omaggio.

Stamattina volevo provare una non meglio specificata lezione per rinforzare la schiena. Il corridoio che porta alla sala era ingorgato di carrozzine, mi affaccio e vedo il pavimento interamente ricoperto di madri e neonati. Vado dalla proprietaria e le chiedo come mai avesse segnato questa fra le possibili lezioni per me, risponde che non sa, non ricorda e che comunque posso fare invece una bella lezione di PP (Power Pilates), abbinata ad un pre-riscaldamento con altre attrezzature, e corrucciata mi chiede come mai ancora non ho fatto un piano fitness e non ho la mia scheda e nemmeno le scarpe adatte. Le spiego che sono una luddista che aborre gli attrezzi da palestra e che il piano fitness me lo faccio da sola, e che alla bicicletta finta non mi ci metto, dato che sono arrivata in palestra con quella vera. Per tutta risposta mi accompagna alla cyclette, mi mostra dove mettere i piedi, il bicchiere, dove guardare la TV, dove leggere a che velocità vado, a quanto pompa il cuore, e come si fa ad andare più velocemente, e quante calorie ho consumato, già tre, perbacco, e di non smettere che altrimenti la macchina si spegne. Mentre si volta e si allontana scalo le marce e mi attesto su comodi novanta battiti al minuto, al di sotto della soglia di rischio per i settantenni, aspetto che inizi la lezione di Pilates.

La sala dove sono orizzontalmente collocate le otto vergini di Norimberga per la pratica del Pilates è piena quando arrivo, ma infondo c’è la mia con tanto di cinghie, ruote e molle. Non so’ come si prepara, mi soccorre sollecita la vicina ottuagenaria, prima che intervenga la bella istruttrice a ristabilire la gerarchia. Tutto sommato l’esercizio è molto semplice, mi devo sdraiare sulla panca e poi piegare ed allungare alternativamente le gambe. Il movimento si traduce in una oscillazione della panca molto simile a quella su cui si devono allenare i canottieri. A proposito di acqua, dopo un po’ di su e giù mi sento come un vortice alla testa, che si propaga allo stomaco, per poi tornare su e dirmi di scendere dal coso, che soffro di mal di mare. Argomenti del tipo che il mare dista quasi cinquecento chilometri da qui non sortiscono nessun effetto. Mi tiro subito su, parte la molla e voilà, mi ritrovo sul pavimento, l’ottuagenaria per fortuna mi dà una mano. Seguo la lezione senza altri incidenti di rilievo, montando e smontando dalla canoa quando il mare si fa troppo mosso. A fine ora veniamo tutte provviste di vaporizzatore e pezza per pulire le otto vergini.

Uscendo dallo spogliatoio schivo tutti i personal trainer ed in strada ritrovo finalmente la mia bicicletta, pronta a tornare a casa.

Fra i buoni propositi per il nuovo anno ai primi posti si colloca quello di imparare meglio il tedesco. Intanto mi sono comprata una grammatica di spagnolo.

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